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Testi pubblicati_titoli

 

L’India danza su temi cristiani, in Popoli, marzo 2005;

Entrare a capo chino, eseguire in silenzio e con amore, uscire in punta di piedi, in Appunti di Viaggio, marzo-aprile 2009;

Il volto piacevole del sacrificio, in Universum, autunno 2012;

Danza, preghiera del cosmo, in Teilhard Aujourd’hui, vers. it., Rivista del Centro Europeo Teilhard de Chardin, n.14 febbraio 2014.

Danzare in piazza San Pietro, Settimana, n. 2, 11 febbraio 2015 – a quattro mani con Eugenio Costa SJ.

Poésie et danse : portes ouvertes sur le Mystère, in Beauté du monde et louange de Dieu, Une journée en mémoire du P. Didier Rimaud, s.j., Gregorian & Biblical Press, Roma, 2016.

 

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Conferenze

                               Nella foto, R. Arinci al Convegno per i 90 anni di "Popoli" tra B. Sorge e E. Bianchi

 

Alcuni titoli :

Bellezza del mondo e lode di Dio. Una giornata in memoria del P. Dider Rimaud s.j, Pontificia Università Gregoriana, Roma, 2012

Non di solo pane, Milano, Palazzina Liberty, Associazione Emmaus, 2007

90 anni di Popoli, Milano, san Fedele, 2005

Centro Italia-Asia, Milano, dicembre 1993

Teatro del Sole, Milano, dicembre 1993

Centro Yoga Suryachandra, Agrate Brianza, novembre 1993

Gruppo Teatrale Personae, Sesto S.G., novembre 1992

Civica Scuola di Lingue Orientali ISMEO, aprile 1992

Centro Shiatzu, Milano, marzo 1992

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Poésie et danse : portes ouvertes sur le Mystère

R. Arinci, Poésie et danse : portes ouvertes sur le Mystère, in Beauté du monde et louange de Dieu, Une journée en mémoire du P. Didier Rimaud, s.j., Gregorian & Biblical Press, Roma, 2016.

Traduzione italiana : 

 

“Dio nascosto” è il titolo di un poema straordinario di D. R. sul cui testo ho composto una danza, in stile indiano classico a nome Bharata Natyam, che eseguirò durante la celebrazione eucaristica del pomeriggio, segnatamente dopo la Comunione.

 

 Per comporre la danza “Dio nascosto”, di fatto ho compiuto l’atto del tradurre, partendo dal testo per trovare il gesto, la posizione del corpo e l’espressione del viso che fossero il corrispettivo corporeo delle parole. Ho seguito i dettami della danza classica indiana del mio stile, il Bharata Natyam. Questa danza possiede un linguaggio gestuale, dove la polisemia dei gesti è la stessa delle parole parlate. Nel trasporre in danza una poesia, la danza classica indiana prevede che si esplori il significato del testo a più livelli, segnatamente tre : un primo livello in cui si traduce letteralmente, ovvero nel quale ogni parola viene espressa con un gesto, un secondo livello in cui si mima il contenuto dell’ intero verso preso in esame, e infine il terzo e ultimo stadio in cui l’azione mimata (che in alcuni casi può arrivare a essere improvvisata) è il prodotto dell’ immaginazione e della sensibilità dell’interprete, che naturalmente è tenuta a non scostarsi affatto dal tema enunciato nel testo. Si parte quindi da un’aderenza letterale per arrivare alla creazione di un altro poema. Possiamo parlare di “poesia in movimento”, perché il procedimento richiede una grande padronanza del linguaggio gestuale ma anche una fine sensibilità poetica.

 

Creare una danza cercando di dare corpo a un testo significa muoversi in un gioco sottile tra dipendenza e autonomia. La danza e la poesia, due arti, due aperture sul Mistero parlanti due diverse lingue, stanno frontalmente. Come per ogni traduzione, si deve fare una scelta : anche per il linguaggio gestuale non c’è una sola strada. Se scegliere implica perdere qualcosa, perché la selezione ci dona un oggetto ma ci mortifica con la perdita di qualcos’altro, l’obiettivo resta rendere in danza la qualità principale della poesia : l’essenzialità.

 

 La prima cosa che ho fatto è stata individuare nel testo quelle parole che si ripetevano. La prima parola di ogni verso è “Dio”. Mi sono posta il problema se fosse plausibile dare forma visibile all’Altissimo, innominabile Iddio. Nella della danza classica a tema cristiano esiste un gesto che indica Dio Padre : poteva usarsi. Nel testo però non si dice ‘padre’; Dio non è nominato in relazione alle altre tre Persone della Santissima Trinità. Nel linguaggio della danza classica indiana c’è anche un gesto che significa “santo”, e a me è parso il più consono a esprimere la qualità prima di Dio, come sta scritto nel passo di Isaia.

 La seconda parola del primo verso di ogni strofa, dopo “Dio”, è sempre un aggettivo qualificativo, uno diverso per ogni strofa. Questi aggettivi hanno avuto la loro traduzione direi letterale, a meno di “tradito” nella seconda strofa a cui ho dato la forma di un rifiuto, che è, mi pare, il senso di ogni tradimento.

 Il secondo e il quinto verso di ogni di strofa ricorrono anch’essi identici ogni volta. In danza classica indiana talvolta si è obbligati a creare delle variazioni, ma soprattutto dove il verso viene cantato più volte di seguito.

 

Il discorso è diverso per il ritornello : come dice il nome, ritorna, e dunque deve essere il medesimo. Di nuovo, il criterio di scelta è stato rispettare anzitutto il poema, la sua struttura, i suoi significati. Una parola su un paio di espressioni presenti nel ritornello : ‘il tuo Spirito’ e ‘nel grande silenzio’. Per il primo ho usato il gesto che denota lo Spirito Santo. Per il silenzio, che è anzitutto una dimensione interiore, il medium che adopera lo Spirito per incollare il pigmento alle nostre pareti, ho scelto di avvalermi della posizione della meditazione. La scelta impone una situazione dicotomica : se rappresento la meditazione, il soggetto siamo noi e non Dio. Il corpo però sa dare solo forme concrete e nella realtà del nostro vivere è solo nella dimensione dell’ascolto che udiamo davvero la Parola. Inoltre vi sono più posizioni per la meditazione e quindi ne ho usata una diversa per ogni strofa - unica variazione nella danza del ritornello che è per il resto uguale in tutto il brano.

 

Per quanto riguarda i concetti, le situazioni, le immagini espresse nei restanti versi, che differiscono per ogni strofa, il criterio è stato quello di rispettare il più possibile il senso del testo. Nella prima strofa, il “terreno in cui pianti il tuo seme” è rimasto nella danza un gesto concreto, per rendere l’immagine scelta dal poeta. Nella seconda, il “getto di sangue versato per nuove speranze” prende la forma del calice eucaristico. Alcune immagini poetiche che Rimaud esprime con parole comuni hanno un significato profondo, pur restando ‘incarnate’ : il poeta gioca magistralmente con questi livelli ma la danza crea già da sé una trasposizione concreta e in certi casi, come quello appena citato, deve tenerne conto, per evitare di schiacciare sulla materia quello per il poeta era un’idea che aveva le ali … ! Nella terza strofa, il “legno che ti espone al calvario” diventa direttamente Gesù in croce. La quarta strofa non ha bisogno di commento. Ascolterete la lettura registrata dell’intero testo prima di vedere la danza. Ritorna di nuovo la posizione del Crocifisso nella quinta strofa per esprimere le parole di Rimaud ‘un segno innalzato’. Nella sesta e ultima strofa, Didier dice “un libro incompreso : l’Agnello soltanto lo svela”. Per “libro” ho raffigurato l’atto del leggere e per “Agnello” la posizione del Risorto.

 

 Nella danza, il gesto nasce dal testo (come in liturgia) ma non vive fuori dallo spazio sonoro. La musica non è per la danzatrice un sottofondo bensì un sentiero su cui ordinare i propri passi, proprio come farebbe una pianta rampicante con il suo supporto. La forma coreutica si distende come un ricamo sulla trama della struttura testuale e sull’ordito di quella musicale. Vediamo come, nel concreto.

 

 La danza Bharata Natyam prevede una tipologia di coreografia che si chiama shabdam composta da lunghi momenti di pantomima danzata (derivata da un testo poetico) intervallati da brevi interludi strumentali. Componendo la danza per il poema ‘Dio nascosto’, ho potuto rispettare questa forma grazie alla consonanza con il lavoro del musicista, che ha separato le strofe e i relativi ritornelli con intermezzi musicali. L’andamento ritmico del basso crea il tessuto marcato, lento e regolare sul quale far partire i movimenti. Questo è vero anche per quello che concerne i gesti, che, secondo le regole della danza indiana, non devono mai precedere le parole cantate, perché ne sono l’espressione, da loro nascono, e dunque non possono venire eseguite prima. Il movimento si deve collocare nel punto musicale giusto, tenendo conto di entrambe le cose : non si può perdere il ritmo danzando ma il significato è sempre fondamentale nella pantomima – la danzatrice sta parlando, anche se con il corpo, e lo deve fare in modo chiaro e sensato. Questa melodia aderisce così bene alle parole dei poeti che vi hanno lavorato che il gesto vi scorre sereno, senza difficoltà. L’andamento lento del tempo musicale favorisce la comprensione da parte di chi assiste alla danza dei tanti registri presenti contemporaneamente : testo, melodia, ritmo e corpo, permettendo la partecipazione alla danza con atteggiamento orante.

 

 Man mano che entravo nella poesia mi è sorta una domanda : Dov’è nascosto Dio ?

 Dio si manifesta anche nella danza, nel corpo, nel corpo che può pregare. Per assumere questa possibilità bisogna affrontare con coraggio una metànoia, fare un cambiamento, e il cambiamento costa fatica, costa la perdita di alcune certezze. E’ necessario dare fiducia al corpo, alla sua parola nascosta - questo è il cambiamento che dobbiamo fare. [Bisogna tener conto però del fatto che la parola del corpo non può essere compresa appieno dalla mente. I tentativi di comprendere il corpo con la mente hanno un limite; non possiamo aspettarci di averne una comprensione esaustiva. L’ultima parola sul corpo la dice il corpo. Se non ci mettiamo in ascolto del corpo come faremmo in dialogo con lo straniero, colui nella cui lingua diversa parla la voce del Signore, la parola di Dio inscritta nel corpo resterà per noi incomprensibile. Il corpo parla con la sua propria voce. E la mente parla con le sue parole silenziose : quando siamo stanchi o malati, è più facile che affiorino alla coscienza pensieri negativi.] Potremmo dire che il corpo parla l’anima. “Vorrei sapere del corpo la parola non detta, dice il Cardinal Martini, che, inscritta in esso, ne dice il significato e il destino”.

 

Il lavoro di composizione della danza per il poema “Dio nascosto” è il mio umile atto di consonanza spirituale con questo grande poeta, che tende la mano all’uomo con parole che tutti possono capire, e un omaggio al talento di Padre Costa che ce lo ha reso parlante, traducendolo ed elaborando una musica composta da Jacques Berthier sul testo del “nostro” Didier Rimaud.

R. A.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Articolo UK

Articolo di D. Hutera dedicato al lavoro di R. Arinci, apparso sulla rivista inglese "Pulse", specializzata in danza classica indiana.

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La danza e il pensiero di Teilhard de Chardin

Danza, preghiera del cosmo, in Teilhard Aujourd’hui, vers. it., Rivista del Centro Europeo Teilhard de Chardin, n.14 febbraio 2014.

Articolo di R. Arinci, membro dell'Associazione Italiana Teilhard de Chardin. Testo in allegato. 

Nell'immagine, il Gruppo Ars Bene Movendi danza il canto-rito ambrosiano dei dodici Kyrie, durante la celebrazione eucaristica a conclusione del Convegno annuale dell'Associazione, tenutosi a Milano, presso l'Istituto Leone XIII nel novembre 2011. Presiede P. Antonio Gentilli.

Cliccando sulla fotografia, si accede direttamente al sito dell'Associazione Italiana Teilhard de Chardin.

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